Indicazioni per la lettura. Leggere con cadenza vagamente napoletana ma vagamente perché il/la protagonista della storia, come ci spiegherà, non è napoletano proprio per niente. Leggere ad alta voce anche le didascalie (fin dove indicato, poi eseguirle soltanto) ma in italiano il più vicino possibile alla dizione standard, con voce profonda e tono distaccato.
Oh, Signo’! Che piacere, che piacere. Ma Voi ancora qua state? Ah, bene bene. Così finisco di raccontarvi la storia, com’è che sono qua.
E niente, dice che uno quando non si trova bene non si deve accontentare. Che deve lasciare casa sua, o quella che dicono che è casa sua, e si deve mettere a camminare. No? Come Abramo. Lascia casa sua e cerca la Terra Promessa. E guardate dove stiamo. Più vado avanti e meno gente c’è. Siamo rimasti solo io e Voi.
No, Signo’, non sono napoletano, sono siciliano. Perché parlo così dite? E perché qual è la lingua dei poveri disgraziati in teatro? (Come se fosse la cosa più ovvia del mondo, braccia aperte a scandire le parole e occhi sgranati a guardare in avanti) Il napoletano! In siciliano parlano i bruti, i mafiosi, i gelosi. Pure Pirandello ci faceva parlare poco i suoi in
siciliano. Solo alcune opere e tutte disgraziate e con morti violente. Ma qua morti non ce ne sono. Solo la disgrazia c’è, Signo’.
Vi dicevo. Lascio casa mia e brancolo nel buio. Mi incammino. E tutti: “Bravo, bravo. Fai bene. Che ti meriti di più tu. Di più ti meriti. Vai, vai!”. E io vado. Poi mi trovo qua al buio. E cammino. Prima corro un poco che mi dico: “Più veloce faccio, prima finisce”. E dicono: “Vai, vai. Ora finisce. Vai che camminando ti passa la paura”. E invece pare che non finisce mai. Mi giro indietro e vedo buio, guardo avanti (scocciato) e sempre buio. E c’è sempre meno gente. Siamo rimasti io e Voi. Oh, una luce. No, non mi pare la mia. Sarà la Vostra. Dite di no? E niente, andiamo. Ecco. Qua non è che è buio e basta. Qua ci sono gli ostacoli. “Vai, vai!” dicono. E io vado. Tanto finirà prima o poi questo buio! (Sorride sicuro di sè) Ah! Ora arriviamo alla fine e troveremo quello che cerchiamo, eh? (Sorride fiducioso) Forza. Oh, Signo’, attenta, c’è un muretto da scavalcare! Eh, pure gli ostacoli ci sono. Ma dicono che sto buio finirà e poi ci sarà la luce, no?
Forza Signo’, vi aiuto io. Datemi il braccio. Ecco, così. (sospira come dopo un’enorme fatica) Ah!
Ma ve lo ricordate quello lì, quel giovanotto simpatico che era con noi. Mentre eravate via ha rinunciato. Se n’è andato alla seconda luce. Ha preso l’uscita e se n’è andato. Così. E come, no? Ve lo giuro sulla mia tomba, quant’è vero che ancora è vuota e tale deve rimanere ancora per un po’. Signo’, c’è una salita ripida ripida. Aggrappatevi a me. Avanti che vi aiuto io. E dicheno che poi finisce. Ma Signo’, detto tra noi. Forse era meglio fare come diceva quellollà ad Abramo. “Non partire, non andare, non lasciare la tua casa. Cosa speri di trova’”. (Ci ripensa) Ma no, ma no. Abbiamo fatto bene. Tanto (sempre più stanco) sto buio finisce, (sorride stentatamente) no?
Signo’, Signo’, per carità state attenta, qua si scivola. (Allunga un braccio di lato) AppoggiateVi al mio braccio. (Attende un attimo) Signo’, Signo’. Signo’ non ci siete più. E dove siete andata? (Non leggere più ad alta voce le didascalie, eseguirle soltanto. Sconsolato, rallenta la recitazione) Ah! Signo’, ve ne siete andata pure voi e io resto qua solo, a cercare di non scivolare e non battere la testa a terra che qua mica ci voglio marcire, Signo’. Che qua (rallenta quasi con voce rotta di pianto) mica ci voglio marcire. Ma io vado avanti. (Sempre più rassegnato) Che dicono che finisce questo buio.
(Più lento) Dicono che finisce. Dicono. (Pausa)
E intanto l’autunno tarda ad arrivare…
